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25 giugno 2009
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Nove milioni e mezzo

Lettera aperta di Giovanni Guzzetta agli italiani che hanno detto sì
"Siamo stati sconfitti, ma l’Italia può ripartire da nove milioni e mezzo.
Abbiamo promosso il referendum facendo una duplice scommessa. La prima, che si potesse confermare l’eccezione dei referendum elettorali rispetto al trend degli altri referendum. Rispetto alla tendenza astensionistica, i referendum elettorali hanno infatti costituito sempre un’eccezione. Sia nel 91-93 che nel 1999 (quando il quorum non si raggiunse, ma solo per un soffio).
La seconda scommessa era che i cittadini avrebbero potuto cogliere questa occasione per mandare un forte segnale alla politica. Scommettevamo che l’indignazione l’avrebbe vinta sulla rassegnazione, sull’apatia e sul disgusto.
Non è stato così e dobbiamo prenderne atto. Abbiamo sbagliato le nostre previsioni.

Ma se noi abbiamo perso, nessuno può cantare vittoria.
Il paese è stanco e sfiduciato. La maggior parte degli italiani non crede che nessun cambiamento sia più possibile. E si adatta a vivere nella situazione che c’è, con la politica che c’è, le difficoltà che ci sono, avendo in testa un solo pensiero costante: “io speriamo che me la cavo”.
Quando pensa alla politica la maggior parte degli italiani prova “disgusto”, “diffidenza”, “indifferenza” e “noia” (così il sondaggio di Mannheimer sul Corsera del 23 giugno).
La politica in generale ha dato una pessima immagine di sé nella vicenda referendaria. Voltafaccia, sostegni tiepidi, opposizione molto determinata con l’utilizzo opportunistico dell’astensione.
La conseguenza è che il nostro referendum è stato sconfitto, ma ancor di più è stato sconfitto l’istituto referendario. Oggi il referendum è morto. Ed è difficile prevedere se e quando potrà rinascere.
Ciò significa che siamo tutti un po’ più poveri. La democrazia è più povera, perché viene a mancare uno strumento di democrazia diretta, uno strumento di partecipazione popolare, un contrappeso rispetto al potere delle maggioranze. Fa parte dei paradossi assurdi di questa vicenda. Coloro che si opponevano al nostro referendum additandolo come un attacco alla democrazia e paventando rischi autoritari, con il loro sostegno all’astensione hanno contribuito a dare il colpo di grazia ad uno degli strumenti di garanzia che la Costituzione prevede: il referendum. Non credo ne sia valsa la pena!
Ma nemmeno i partiti dell’astensione, in realtà hanno vinto. Perché svalutando la partecipazione hanno contribuito a rafforzare quel clima di apatia che si è manifestato anche verso le elezioni politiche dell’anno scorso ed europee e amministrative di quest’anno.
Anzi, dobbiamo dire che la propaganda astensionistica ha fatto poca presa. Chi è andato a votare ha, in larga misura, disatteso le indicazioni dei tanti partiti e pezzi di partito che invitavano a non ritirare la scheda. Infatti, in tutte le province e in tutti i comuni capoluogo, oltre l’85 per cento - e spesso oltre il 90 per cento - di coloro che hanno votato al ballottaggio hanno votato anche per i referendum. Insomma solo un 10-15 per cento dei votanti ha accolto l’invito all’astensione, mentre i partiti che espressamente la sostenevano, hanno raccolto alle ultime europee più del 25 per cento.
Ciò significa che l’astensionismo “politico”, quello orientato dai partiti, è stato molto poco, checché ne dicano coloro che cantano vittoria. L’altro astensionismo è il risultato di tante concause, a cominciare dalla disillusione. E nessuno se lo può intestare cantando vittoria.
Dobbiamo dircelo con chiarezza. Oggi tutta la politica è in crisi, perché è in crisi il rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Ce n’è abbastanza per parlare di un grave malanno della democrazia. Ed è un problema di tutti. Perché nessuno si può permettere di vivere a lungo in una condizione del genere.

E però, anche un’altra cosa è certa. Oggi sappiamo che, malgrado l’incredibile boicottaggio mediatico e politico, malgrado a cinque giorni dal referendum il 50 per cento degli italiani non sapesse nemmeno che ci sarebbe stato un referendum (Mannheimer sul Corsera del 16 giugno), malgrado la confusione ingenerata dall’opportunistico voltafaccia di partiti e leader, malgrado gli stessi partiti maggiori abbiano spesso nicchiato e non abbiano certamente fatto una campagna organizzata per il sì…malgrado tutto ciò, tra gli otto e i nove milioni e mezzo di italiani hanno detto sì al cambiamento. E se - in termini percentuali - sembrano pochi, non lo sono affatto in termini assoluti.
Nove milioni e mezzo sono più dei voti che Lega, Udc, Italia dei valori, Rifondazione e Sinistra e libertà hanno ottenuto alle ultime elezioni europee! Una cifra considerevole di cittadini, dalle opinioni politiche probabilmente anche molto diverse, ma ancora disposti a partecipare, a scendere in campo, a far sentire la propria voce per il cambiamento, Cittadini che non vogliono gettare la spugna, arrendendosi alla rassegnazione.

Per questo voglio ringraziare tutti coloro che hanno condiviso quest’avventura.
In un mondo dominato da un lato dalla rassegnazione della gente (stufa di referendum, tanto più se disattesi) e dall’altra dallo strapotere di politici arroganti e incompetenti, siamo riusciti da soli, da semplici cittadini, a promuovere una votazione su una idea diversa della politica che ha raccolto intorno a sé nove milioni e mezzo di persone.
Oggi registriamo una sconfitta, certo, ma in questa battaglia abbiamo di mostrato che le nostre energie valgono tantissimo, e il risultato sono proprio quei nove milioni e mezzo di cittadini italiani che ci hanno seguito alle urne.
Dobbiamo ricominciare da loro, e con loro, perchè hanno dimostrato che la nostra battaglia per un'Italia migliore è condivisa, è accettata, è riconosciuta, anche se ci siamo trovati circondati dal silenzio più assordante.

Cari amici, i referendari non sono stati dei pazzi, perché da soli hanno convinto quasi un quarto degli italiani disillusi che vale la pena agire in prima persona per il bene comune e questo è un risultato che comunque ha il sapore delle cose buone.
Imparare dalle sconfitte è quello che dobbiamo fare, ma anche vedere in questa sconfitta quanto lavoro siamo riusciti a fare e quante persone siamo riusciti ad aggregare. Non possiamo certo permetterci che tutto questo sia lasciato andar via.

E allora cominciamo a muoverci. E poi, a piccoli passi, ad inventarci una strada di recupero, partendo da cose basilari, dalla vita di ogni giorno, da proposte semplici.
C’è infatti molto da fare. Le riforme, certo, ma anche l’eliminazione degli sprechi, grandi o piccoli che siano, insieme al recupero di valori sani, patrimonio inestimabile quanto raro.
Per riconquistare la nostra identità e le nostre responsabilità di cittadini serve ripartire dalle basi, da regole di convivenza che siano davvero convenienti per i singoli, e da progetti che siano concreti, reali, con chiari riscontri nel territorio e non fondati soltanto sulle chiacchiere.

Abbiamo scoperto che possiamo fare questo cammino non da soli, ma in compagnia.
Nove milioni e mezzo sono molti, in questo tempo difficile. Sono quei cittadini a voce alta, ai quali ci siamo rivolti in questi anni. Quei cittadini che, come noi, pensano che l’Italia si meriti di più. Ecco. La buona notizia c’è. Oggi l’Italia può ricominciare da lì. E noi continueremo ad essere al suo fianco".
Giovanni Guzzetta


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